Piccola introduzione
Nessuna violenza trova giustificazione. La nostra cultura ci ha a abituato a riconoscere e condannare alcuni tipi di violenza, mentre tendiamo a perdonare altri tipi di sopraffazione, che pur mettono la donna in un grave e, a volte, continuato stato di malessere la donna che li subisce. Per imparare a difendersi è importante capire DA COSA ci stiamo difendendo.

Violenza psicologica
La violenza psicologica si manifesta in forma indiretta, ad esempio mediante comportamenti, come non ascoltare, fraintendere volutamente, minacciare lesioni o vendetta, disprezzare la partner, trattarla come una domestica, intimorirla, colpevolizzarla, offenderla, controllarla e/o isolarla.

Comportamento persecutorio (stalking)
Comportamento persecutorio messo spesso in atto quando la donna cerca di allontanarsi da una relazione violenta. Il maltrattatore perseguita l’ex-partner seguendola negli spostamenti, aspettandola sotto casa, al lavoro, telefonandole continuamente a casa, in ufficio, sul telefonino. Gli effetti possono essere devastanti: viene minato il senso dell’autonomia e dell’indipendenza della donna facendola sentire “in trappola”; molte donne riportano anche disturbi del sonno, difficoltà a concentrarsi fino ad arrivare, nei casi più estremi, a depressioni.

Violenza economica
La violenza economica è caratterizzata dal legame o dalla dipendenza economica dalla persona che la esercita; per esempio vietando alla donna di svolgere un lavoro o un percorso formativo, sfruttando la donna come forza lavoro, ricoprendola di debiti, limitando o privando la donna del denaro per le spese domestiche, se non lavora, non rendendola partecipe al reddito familiare, o non corrispondendo gli alimenti dopo la separazione.

Violenza fisica
La violenza fisica si esprime in un’aggressione diretta contro una persona, ad esempio mediante spintoni, tirate di capelli, schiaffi, pugni, ferite con un coltello, fino all’uccisione in casi estremi.

Violenza sessuale
La violenza sessuale definisce ogni atto sessuale attivo o passivo, imposto alla vittima mediante violenza fisica, minacce o abuso di autorità.

Violenza assistita
E’ quella violenza fisica, psicologica, sessuale, economica compiuta sulle figure di riferimento di un/una minore e/o su altre figure significative – adulte o minori. Di questa violenza il/la minore può fare esperienza direttamente (quando viene vista e sentita) o indirettamente (quando è a conoscenza della violenza) e/o percependone gli effetti. Vivere in continua situazione di stress, tensione ed ansia, assistere regolarmente alla violenza esercitata da uno dei due genitori contro l’altro, produce conseguenze negative di varia natura. Per un bambino essere testimone della violenza subita dalla madre è un’esperienza devastante. I minori che assistono alla violenza sono bambini traumatizzati, che spesso manifestano il proprio disagio con reazioni e comportamenti difficili da comprendere per chi vive loro accanto (parenti, amici, insegnanti, ecc.). Questi bambini corrono il rischio di diventare adulti in difficoltà a trovare un proprio equilibrio ed a costruire relazioni sane.

CONSIGLI UTILI

Necessità di lasciare il domicilio familiare
Nel caso la situazione di convivenza con il partner violento diventi intollerabile o pericolosa per sé e/o per i figli, in attesa della legge sull’allontanamento del maltrattatore, si può rendere necessario che sia la donna, insieme agli eventuali figli, ad allontanarsi dal domicilio familiare. Se i figli sono minori è necessario ricordarsi di avvertire i carabinieri o la polizia o, in caso di convivenza, il Tribunale dei minori. E’ importante, quando possibile e nonostante la situazione di difficoltà, pianificare con un certo anticipo l’allontanamento in modo da non dimenticare documenti od oggetti importanti (carta d’identità, passaporto, patente, libretto di lavoro, titoli di studio, documentazione sanitaria, dichiarazione dei redditi, eventuali denunce di maltrattamento e certificazione medica di supporto, libretto degli assegni e tessera bancomat, ecc.). Nel caso si abbia un conto corrente o dei titoli cointestati col coniuge o convivente è opportuno aprire un conto a proprio nome in una banca diversa e trasferirvi l’ammontare spettante (50% della somma totale in caso di comunione dei beni).

La separazione personale dei coniugi
Il primo diritto per salvaguardare la propria sicurezza ed integrità è quello di separarsi dal coniuge. La separazione personale può essere chiesta da ciascuno dei coniugi quando la convivenza è divenuta intollerabile oppure dannosa all’educazione dei figli, a prescindere dall’accordo o meno dell’altro coniuge. Deve essere proposta mediante domanda da presentarsi al Tribunale del luogo di residenza dell’altro coniuge, che, a seguito dello svolgimento della causa, deciderà le condizioni della separazione: l’affidamento dei figli minori, l’assegnazione della casa familiare, l’eventuale pagamento dell’assegno di mantenimento da parte di un coniuge in favore dell’altro o dei figli. Tale separazione è detta giudiziale. Il procedimento che la genera può durare anche alcuni anni, ma nella prima udienza il Presidente del Tribunale emana un provvedimento provvisorio in cui vengono regolati tutti gli aspetti sopra indicati. La separazione personale può essere ottenuta anche mediante il raggiungimento di un accordo tra i coniugi in materia di affidamento dei figli, della casa, del mantenimento e su qualunque aspetto dei loro rapporti. In tal caso, dopo aver raggiunto l’accordo, i coniugi presentano un ricorso al Presidente del Tribunale, che, dopo aver disposto un’udienza in cui gli interessati sono chiamati a confermare la loro volontà, convaliderà il verbale di separazione.
Tale separazione è detta consensuale, il procedimento dura pochi mesi e per ottenerla non è necessaria l’assistenza di un avvocato che è, tuttavia, consigliabile quando il coniuge più debole ha dei dubbi in merito. In qualunque altra causa è necessaria l’assistenza di un legale. Se non si possono affrontare le spese di un avvocato, in particolari condizioni ci si può avvalere del Gratuito Patrocinio.

Gratuito patrocinio
Il gratuito patrocinio, disciplinato dal DPR 115/2002, garantisce ai soggetti economicamente deboli la difesa gratuita.
Colui che è privo di un reddito minimo o percepisce un reddito pari o inferiore a € 10.628,16 ha, quindi, diritto ad essere difeso gratuitamente, cioè a farsi assistere e rappresentare in giudizio da un avvocato senza dover pagare le spese di difesa e le altre spese processuali che, di conseguenza, saranno pagate dallo stato o esentate con la prenotazione a debito. Esso può essere concesso a chi possiede un reddito superiore, purchè vengano documentate le eventuali spese di affitto, asilo-nido, cure mediche, ecc. che dimostrino la necessità vitale di un reddito superiore. La domanda va presentata all’apposito ufficio presso la Procura del Tribunale con tempi di attesa di circa sette/ otto mesi.

La tutela penale
Chi compie ripetutamente violenze fisiche e morali ad una persona della famiglia incorre nel reato di maltrattamenti, che è punito con la reclusione da 1 a 5 anni e con pene più severe in caso di lesioni personali gravi. Nel caso si tratti di atti di violenza isolati, o comunque non continuativi, si configura il reato di percosse che è punito a querela della vittima con la reclusione fino a 6 mesi o con una multa. Se dal comportamento violento deriva una malattia del corpo o della mente (ferite, segni visibili anche non permanenti, traumi anche psicologici) il reato previsto è quello di lesioni personali. Per poter dimostrare i reati descritti é indispensabile recarsi al Pronto Soccorso dell’Ospedale o da un medico per ottenere il certificato relativo; questo è tanto più necessario se si prende in considerazione per il futuro l’eventualità di una separazione giudiziale, con addebito della responsabilità al marito. Il medico è tenuto a riferire l’accaduto alle autorità solo nel caso di reati perseguibili d’ufficio e cioè in presenza di lesioni guaribili in più di 20 giorni. Nel caso di lesioni guaribili in meno di 20 giorni il reato è perseguibile solo se la persona offesa presenta una denuncia-querela ai carabinieri o alla polizia o al giudice competente, entro tre mesi dal fatto.